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Reid Miles, un designer modernista tra i jazzisti della Blue Note Records

Un eroe senza nome

Il nome di Reid Miles ancora oggi dice forse poco alla maggior parte di quanti gravitano e operano negli ambiti del progetto grafico, eppure si tratta di una delle sue figure più influenti della seconda metà del Novecento, del cui lavoro possiamo apprezzare tutt’ora gli straordinari effetti sulla grafica contemporanea. Appartiene ad un’epoca in cui non esisteva ancora la figura del graphic designer “superstar”, alla stregua di figure come David Carson, Stefan Sagmeister o Massimo Vignelli – un grande vecchio, quest’ultimo, vissuto abbastanza da godere del riconoscimento della sua importanza da parte della generazione digitale -, e scomparso a soli 64 anni nel 1993, prima dell’esplosione dell’internet, fonte e teatro di tutte le scoperte, ri-scoperte e appassionate divulgazioni degli eroi noti e meno noti soprattutto delle subculture di qualsiasi natura e importanza.

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Reid Miles, classe 1927, è stato il graphic designer della nota etichetta jazz statunitense Blue Note tra il 1955 e il 1967. Con il fotografo e co-fondatore – insieme ad Alfred Lion – dell’etichetta, Francis Wolff, formarono una coppia creativa fortissima, sia dal punto qualitativo che quantitativo, che segnò profondamente l’approccio professionale al mondo della creatività per l’industria musicale.
La pur notevole produzione fotografica di Wolff fu punto di svolta per la canonizzazione visiva dell’universo “cool” del jazz, ma è la rivoluzionaria visione estetica di Reid che ha fatto da spartiacque nel mondo del progetto grafico tra prima e dopo Miles.

Il contesto dell’epoca

A scorrere il lavoro del designer con lo sguardo di oggi, potremmo non comprendere la portata delle sue intuizioni. Ma una ricerca – anche in internet – sulla produzione grafica commerciale a metà anni ’50 ci dà subito un’idea del campo su cui si confrontava Miles. Emerge subito una fioritura di campiture geometriche o organiche di colori brillanti, spesso accompagnati da un lettering libero e ironico. Anche l’illustrazione commerciale dell’epoca era improntata ad una certa positività, segni e disegni vivi e guizzanti che sembrano strettamente connessi dal punto di vista artistico al mondo dei cartoons, che proprio in quel periodo vive una sorta di epoca d’oro (basti pensare alle produzioni Warner, MGM e Disney, tra le tante). C’erano naturalmente esempi progettuali informati dall’esperienza del costruttivismo e del Bauhaus, spesso però legati a contesti professionali, di committenza colta o di fortunato matrimonio tra grafica innovativa e destinazione commerciale.
La stessa combinazione di elementi (colore spesso in forme libere e organiche, variamente accostate/sovrapposte/combinate, illustrazioni ironiche e caricaturali, testi spesso disegnati a mano, briosi e dinamici) si ritrova sulle copertine degli album formato 12 pollici del periodo.

L’ingresso in Blue Note

L’industria discografica stava migrando velocemente verso il recente formato di stampa su vinile in 12 pollici (presentato al mercato nel 1948 dalla Columbia) e presto fu chiaro che non si poteva più vendere dischi nelle classiche buste di carta marroncina, troppo poco consistenti per supporti di quelle dimensioni e comunque vistosamente brutte. Inoltre, con tutti quei brani su disco e il lavoro che c’è dietro ad essi, divenne indispensabile fornire più informazioni del solito. Le copertine illustrate diventavano così parte del prodotto discografico.

Reid Miles, nato a Chicago e trasferitosi con la madre a Long Beach dopo la separazione dal padre, appassionato di musica classica, viene assunto da Wolff nel 1956, dopo un precedente periodo in cui aveva affiancato John Hermansader nella realizzazione di copertine per la Blue Note stessa. Subentra al suo ex-capo nel momento in cui questi inizia ad affrancarsi dallo stile in voga all’epoca per avvicinarsi ad un uso più consapevole (e moderno) dell’immagine fotografica e dei caratteri tipografici. È in questo punto esatto che si innesta la visione di Miles. Abituato ormai a maneggiare gli scatti di Francis Wolff realizzati durante le sessioni di registrazione e forte di una sensibilità inedita per l’epoca nei confronti del lettering, entra in azione dimostrando fin da subito di avere un’idea precisa di quello che intende ottenere, riprendendo da dove aveva lasciato Hermansader e portando progressivamente la ricerca a vette inedite.
Il lavoro è abbondante (Miles ha realizzato più di 500 copertine nell’arco di circa 12 anni in Blue Note) ma a Reid voglia, creatività e, soprattutto, dedizione totale non difettano. Aggiungete un carattere intransigente, l’atmosfera di massima libertà artistica concessa dai suoi boss (la stessa libertà di cui godevano gli artisti che registravano per l’etichetta), la disponibilità di straordinario materiale fotografico qual era quello prodotto da Wolff, lo scarso potere decisionale da parte dei musicisti di intervenire nel processo creativo del grafico e, infine, vendite cospicue a corroborare la percezione che si sta facendo “la cosa giusta”: è questo il clima in cui si sviluppa e matura l’estetica grafica di Reid Miles per Blue Note.

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Reid Miles e la fotografia di Francis Wolff

Proviamo ad esaminare i lavoro di Miles partendo dall’elemento che meno dipende dalla creatività del progettista: la fotografia. Scorrendo le copertine che precedono il passaggio del testimone a Reid Miles (a proposito, le trovate a questo link, praticamente tutte: http://www.gokudo.co.jp/Record/BlueNote4/index.htm), non è difficile notare come la scelta cadesse abitualmente su immagini relativamente statiche, se non in pose vagamente poetico-romantiche, e anche laddove i musicisti sono alle prese con i loro strumenti, l’atmosfera che emanano è di elegante e levigata tranquillità. Miles capisce che può portare un po’ dell’azione di cui quelle immagini sono state testimoni, semplicemente scegliendo scatti in cui traspaia l’atmosfera dello studio di registrazione, mentre i musicisti suonano, interagiscono tra loro, si prendono una pausa, insomma vivono la loro musica. E naturalmente funziona. Guardando queste foto sentiamo la musica, l’odore del sudore e della sala immersa nel buio, le risate, la concentrazione e il trasporto emotivo di quanti sono ritratti.
Miles non si limita a fare una scelta più consapevole delle fotografie: il suo sguardo è pronto a cogliere il potenziale di un taglio diverso di quello dello scatto integro; il progettista sa di poter aggiungere dinamismo, drammaticità, attirare l’attenzione sul particolare, spostare l’attenzione su quella che prima del suo intervento era forse una zona poco significativa della foto, per poi acquistare una luce diversa. Insomma, Reid Miles amplifica il potenziale espressivo degli scatti di Francis Wolff.
Con una sensibilità della gestione del processo creativo applicato ad una mole di lavoro importante, Miles sfrutta al massimo la carica estetica della fotografia, utilizzandola spesso a tutto campo, incastrandovi la composizione tipografica con gusto, equilibrio e senso estetico impeccabili. L’uso limitato del colore (all’epoca, una scelta economica per contenere i costi di produzione), invece di influire negativamente sul risultato, viene trasformato in uno strumento potente che porta coerenza espressiva, acutezza grafica, contrasto tra gli elementi visivi sempre sotto controllo, emotività cromatica. Con il passare del tempo Miles acquista più confidenza con la macchina fotografica stessa, al punto di utilizzare propri scatti per le copertine. Ed è proprio nella fotografia che la sua carriera troverà una seconda e più remunerativa opportunità, ma questa è un’altra storia.

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La copertina da 12 pollici, uno spazio gestito con sapienza tra caratteri tipografici ed immagini

Miles condivide con gli artisti la stessa consapevolezza della percezione dello spazio. Per lui, una vasta campitura bianca non è un deprimente spazio vuoto – eventualmente da riempire a tutti i costi -, è un volume di colore bianco in cerca di equilibrio con gli elementi con cui deve relazionarsi, siano altre geometrie o linee di caratteri. Le migliori copertine di  Reid Miles sono anche composizioni artistiche di alto valore estetico ed equilibrio impeccabile.
Pare che Miles non avesse problemi a passare anche i fine settimana in studio a sperimentare le possibilità di espressione che gli offrivano gli strumenti di cui disponeva: la fotografia appunto, il colore (spesso era davvero “il”, cioè un solo colore in aggiunta al nero, con il bianco come risultante dagli spazi risparmiati dalla presenza degli altri due) e, finalmente, la composizione tipografica. Immaginate quest’uomo che, per quasi quindici anni, lavora quotidianamente e instancabilmente su un quadrato di 30×30 centimetri, con un ventaglio di caratteri necessariamente (data l’epoca) e consapevolmente (per scelta funzionale, artistica, tecnica) ristretto, caratteri che vengono accostati, arrangiati, assemblati, spostati in ogni direzione possibile ma sempre all’interno di quel quadrato di 30 centimetri per lato, caratteri che devono saltar fuori da pozze di inchiostro nero, quello delle foto, diventare anch’essi campitura cromatica e incarnare lo spirito della musica che dovranno comunicare. Al ritmo produttivo imposto dall’etichetta, questo rituale doveva andare in scena quasi una volta a settimana, con quello che può significare in termini di freschezza creativa quando si ha a che fare con lo stesso formato, gli stessi caratteri, gli stessi soggetti, la stessa musica, ma anche le stesse limitazioni, gli stessi committenti, lo stesso trattamento economico (pare fosse di 50 dollari a copertina). Quello che per molti – e per me sicuramente – sarebbe un tour di force svuotante e, a lungo andare, forse senza senso, per Miles probabilmente diventa la condizione trascendentale dell’artigiano ultraspecializzato. Me lo immagino quasi come un mago che impone le mani sul quadrato di cartoncino bianco e su di esso iniziano a convergere l’immagine, il logo dell’etichetta, le processioni di caratteri che senza sforzo trovano la loro migliore collocazione possibile. Come è facile immaginare, con ritmi simili è impossibile fare sempre un ottimo lavoro e le copertine allestite alla buona non mancano. Ma quando la formula magica funziona, i suoi effetti sono straordinari.
L’eccezionale dimestichezza che aveva Miles con i caratteri tipografici e la sua profonda conoscenza degli stessi, ai quali era evidentemente sovraesposto quotidianamente, gli consentiva di plasmarne la distribuzione e, da un certo momento in poi, la stessa forma, fino a rimodellarla e scomporla a suo piacimento – e per il nostro godimento, oserei dire. Man mano che la sua padronanza del carattere tipografico cresceva, le dimensioni delle foto occasionalmente si riducevano in maniera drastica per lasciare spazio all’espressività della tipografia. Le copertine di “It’s time!” di Hank Mobley, “In ’n Out” di Joe Henderson, “Sunny Side Up” di Lou Donaldson, “Us Three” e “Happy Frame of Mind” di Horace Parlan, “Go” di Dexter Gordon sono esempi perfetti di progetto grafico modernista che non conoscono il passare del tempo. In esse, l’uso creativo dei caratteri – solitamente caratteri bastone, a volte caratteri con grazie molto semplici, spogliati di inutili carinerie – si spinge oltre la semplice idea innovativa per l’impaginazione, rendendoli protagonisti e parte integrante, quando non elemento principale, della composizione. I caratteri diventano così campiture di colore, esperimenti di decostruzione, forme malleabili che contribuiscono, sottolineano, proiettano all’esterno dei dischi il loro contenuto musicale e artistico.

 

Graphic design fuori dal tempo

Nel complesso, l’opera di Miles racconta il lavoro di un progettista grafico a tutti gli effetti: niente fronzoli decorativi, concessioni romantiche, arcobaleni colorati, ma solo fotografia consistente, robusta tipografia, forme geometriche solitamente nette e pure, gestione dello spazio impeccabile, leggibilità e, finalmente, “trascrizione” del contenuto, la migliore possibile.
Non è difficile leggere in rete alcune considerazioni circa la distanza emotiva tra Miles, ascoltatore appassionato di musica classica, e il suo lavoro per un’etichetta votata al jazz. Credo tuttavia che la totale identificazione del progettista con il suo lavoro sia di livello tale che difficilmente avrebbe prodotto qualcosa di tanto diverso da quanto fatto nei tanti anni passati in Blue Note a sfornare incessantemente copertine. Reid Miles ha fatto per il jazz della Blue Note quello che un’agenzia pubblicitaria fa quotidianamente indifferentemente per pannolini, birra e falciatrici da giardino: ha studiato il prodotto, ne ha individuato i punti di forza e li ha trasformati in messaggio. Lo ha fatto con tale professionalità che avrebbe fatto lo stesso per la sua amata musica classica. Miles potrebbe essere il primo graphic designer ad aver ottenuto simili eclatanti risultati nella promozione di un prodotto industriale, senza concedere nulla all’estetica della comunicazione commerciale. Ha fatto di più: come per il miglior design, in cui la forma e la funzione comunicano reciprocamente se stesse e sono fuse al punto da essere inseparabili, così le copertine di Miles e i dischi che contengono e raccontano sono ormai due facce dello stesso prodotto intimamente e splendidamente connesse.
Le prove migliori di Miles sono sparse ovunque lungo la sua produzione per Blue Note. Penso alle copertine per l’esordio di Jimmy Smith o per “Detroit-New York Junction” di Thad Jones, entrambe del 1956, alla copertina di “Bud!” di Powell del ’57, “Cool Struttin’” di Sonny Clark nel 1958, “Out of the blue” di Sonny Red nel ’59, per poi passare all’esplosione qualitativa che accompagna Miles per il lungo periodo dorato che va dal ’60 al 1966, dove i capolavori grafici sono davvero tanti.

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La fine di un’epoca

A metà degli anni sessanta la scena hard bop (il genere jazzistico che costituiva il marchio di fabbrica della Blue Note) comincia ad esaurirsi sia nelle vendite che nella vena creativa, una parabola discendente segnata dalla vendita del marchio all’etichetta Liberty nel 1967 e il seguente abbandono della guida dell’etichetta da parte di Alfred Lion, ritiratosi a vita privata. Nel frattempo cambiava la musica, cambiavano i gusti del pubblico, cambiavano i costumi.
Wolff continua a lavorare per l’etichetta fino alla sua morte nel 1971. Reid Miles lascia la sua posizione di grafico per il marchio nel 1967 e si sposta a Hollywood nel 1971, dove costruisce una brillante carriera come fotografo pubblicitario prima e regista di spot televisivi poi. Scompare il 12 febbraio del 1993 per complicazioni cardiache, lasciando a testimonianza del suo genio l’opera grafica prodotta per la Blue Note, della quale possiamo tutt’ora goderne attraverso le frequenti ristampe degli album del catalogo della label, oggetto negli ultimi anni di un’importante movimento di riscoperta.

 

Conclusione

L’esperienza di Miles con la Blue Note resta uno dei pochi importanti sodalizi tra un’etichetta discografica e un graphic designer capaci di riassumere lo spirito di un genere o di una corrente musicale, di un’epoca con le sue subculture e la sua estetica, in una fusione in grado di illuminarne il valore e veicolarlo ben oltre i confini del pubblico di naturale riferimento. Sono condizioni che si verificano con sempre meno frequenza da quando, a partire dagli anni sessanta, gli artisti rock e pop dalle vendite stratosferiche, hanno ottenuto maggiore coinvolgimento anche nel processo creativo dell’artwork che veste la loro musica, rendendo meno rilevante il lavoro dell’ufficio creativo interno all’etichetta. Nel contempo, i creativi stessi hanno acquistato una maggiore consapevolezza del proprio operato e quindi una prevedibile tendenza a sviluppare carriere professionali in proprio, lontani dai recinti . In tempi recenti, sono state le etichette indipendenti a dare seguito alla simbiosi etichetta/progetto grafico totale: casi di indubbio rilievo sono stati quelli di Vaughan Oliver (e lo studio 23 Envelope) presso l’etichetta inglese 4AD e, sempre in Inghilterra. il lavoro di Peter Saville per Factory Records. Ma queste sono altre storie.

Buon ascolto e buona visione.

 

Due articoli ben scritti sul lavoro e la figura di Reid Miles:

http://www.eyemagazine.com/feature/article/cool-clear-collected

https://viljamis.com/2015/the-iconic-work-of-reid-miles/

 

Aneddoti su Miles qui:

http://markfocus.blogspot.it/2012/08/stories-of-photographers-passed-reid.html

 

In questi due video è stato fatto uno splendido lavoro di grafica animata utilizzando quasi esclusivamente elementi provenienti dalle copertine realizzate da Miles: